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venerdì 16 dicembre 2011

Meringhe e madeleine

Ieri, dopo tanto, tantissimo tempo, mi è capitato di passare a piedi nel tratto di corso Dante che va da via Nizza a Corso massimo d’Azeglio. Ero leggermente in anticipo e non faceva troppo freddo, così ho fatto un po’ la flaneuse in una zona che un tempo, tantissimo tempo fa, frequentavo tutti i giorni, all’andata e al ritorno da scuola. Ero una ragazzina, facevo il ginnasio e l’autobus mi lasciava a dieci minuti di cammino dal Liceo Alfieri e io, con il mio zainetto, il pesantissimo Castiglioni Mariotti o il Rocci a seconda delle materie che avevo quel mattino, avanzavo faticosamente alle otto del mattino per arrivare a scuola.


La pasticceria all’angolo di via Madama Cristina c’è ancora, anche se rinnovata e più moderna. All’uscita di scuola ci fermavamo a comprare qualcosa da mangiare, e un mio compagno nonché primo fidanzatino si comprava sempre una meringa e se la mangiava nel tragitto, sporcandosi inevitabilmente di panna o di spuma d’uovo. Ricordo che l’andata, verso scuola, era densa di agitazione, paure, problemi di interpretazione sulla versione di greco o di latino, calcoli sulle programmate. Il ritorno invece era più rilassato, colmo di aspettative sul pomeriggio o di buone intenzioni sullo studio per il giorno dopo.

Una volta arrivata davanti alla porta della scuola ho rallentato il passo: le luci erano tutte accese – erano circa le sei di sera – e mi sono fermata a guardare il grande ingresso spoglio in cui al mattino ci si trovava tutti prima che si aprissero le porte: allora le grandi vetrate che danno sul corso erano tutte appannate dal fiato di ragazzini assonnati, per terra giacevano cartelle, borse, libri consumati dallo studio e dalle sottolineature con evidenziatori di ogni colore, e dal chiacchiericcio di fondo si distinguevano sempre le stesse parole : interrogazione, assenza, ripetizioni, compito in classe, fogli protocollo.

Poi ho alzato la testa verso il quarto piano, sull’aula d’angolo in cui ho passato tante ore della quarta ginnasio, e mi è venuto in mente il primo giorno di scuola in cui, eccitato e spaventato, un gruppo di ragazzini è entrato per la prima volta un po’ spaurito e ha trovato sulla lavagna una scritta lasciata dai ragazzi più grandi: quousque tandem, Caterina, abutere patientia nostra? La nostra insegnante di tutte le materie letterarie si chiamava Caterina e già qualche giorno più tardi avevamo perfettamente compreso il senso di quella scritta.

E’ stata una breve passeggiata, quella di ieri, ma intensa : dolce come una meringa, malinconica come una madeleine.



sabato 3 dicembre 2011

Regolamento di condominio


Ancora non ci credo.
Guardo la copertina, sillabo le parole, lenta, incerta, balbettante.
Eppure c'è proprio il mio nome, lì sopra. Sono io quella scritta bianca su fondo nero, e dietro la copertina ci sono parole pensate, buttate giù in fretta poi riprese, arrotondate, rielaborate da me.
Curate, cancellate e riscritte.
Odiate.
Amate.
Soprattutto vissute, una per una, dalla virgola alla metafora.
Sono io l'autrice di questo piccolo libro che mi è costato un'estate in città e così tante paure. E incoraggiamenti dagli amici, e curiosità, e dubbi sulla scrittura e sulla mia capacità di scrivere, e discussioni infinite sullo stile, sulla forma. E sul contenuto, che in gran parte mi riguarda da vicino. Da molto vicino.
C'è tanto di me, qua dentro. Chi mi conosce lo capisce meglio di chi non sa chi io sia, ma credo che si senta comunque.
E' mio.
L'ha pubblicato Blonk e si può acquistare qui o qui.

Mi piacerebbe che lo leggessero tutti.
Ho paura che lo leggano tutti.
Sono contenta, sono agitata, sono un fascio di nervi.
Oggi ho anche un po' pianto, perché non c'è gioia che non trasfiguri, anche solo per un attimo, in malinconia.

Passerò questo sabato sera a guardare la copertina e a chiedermi ancora, per l'ennesima volta, se sia tutto vero.




martedì 25 ottobre 2011

madame Bovary c'est moi

Da qualche tempo mi piace portare gonne molto lunghe che quasi toccano per terra. Ne ho di molti colori, anche se quelle che preferisco sono due: una rossa in shantung di seta che mi sono fatta fare in India e un'altra nera, di un tessuto un po' lucido, lunga fino ai piedi.
La cosa che mi piace tanto  fare,  quando metto queste cose,  è salire o scendere le scale: perché devo raccogliere la gonna  con le mani, tirandola leggermente su per non inciampare nei gradini. E un gesto bellissimo, molto femminile, molto ottocentesco. Immagino quante Emme Bovary, quante Anne Karenine, quante Nastassje Filippovne abbiano ripetuto questo gesto infinite volte, salendo o scendendo le scale delle loro case, andando a trovare i loro amanti, fuggendo in qualche angolo nascosto per piangere le loro lacrime d'amore. Mentre salgo le scale dell'ufficio o di casa mia, o le scale mobili della metropolitana, me le vedo tutte intorno, minute, nervose, eleganti e raffinate, ripetere con me questo gesto così sensuale. E mi sento, a volte, meno sola. 

sabato 1 ottobre 2011

Due paroline al mio subconscio

Ieri parlavo con un amico, no beh, non proprio un amico perché ci conosciamo da poco tempo, però insomma è una persona che mi piace e con cui mi sento a mio agio a parlare, e alla quale ho anche confidato qualcosa di me e dei miei noiosissimi complessi d'inferiorità nei confronti dell'universo mondo, della mia mancanza d'autostima e insomma di quelle cose che le donne raccontano e che gli uomini in genere pensano Eh ma che palle questa qua. Insomma - dicevo - stavamo parlando e lui mi ha detto che devo avere più fiducia in me, che devo credere di più a quello che faccio perché lo faccio anche bene, che devo fidarmi di me stessa, un sacco di cose carine che mi hanno fatto molto piacere.

E così questa notte, mentre dormivo beatamente il sonno dei giusti e dei complessati, il mio subconscio ha lavorato per me e mi ha elaborato un sogno, confezionato ad hoc, per indicarmi la Via, per dimostrarmi che anche io valgo qualcosa, che sono una donna in gamba : mi ha cucinato lì per lì una storia in cui ricevevo una telefonata da un giornale che voleva intervistarmi in merito a un progetto letterario di cui mi sto occupando in questi giorni nella vita reale.

 Solo che probabilmente anche il mio subconscio ha bisogno di una regolatina al minimo e magari di una bella revisione, o forse è solo fuori allenamento, o magari sono solo i primi goffi tentativi che non sempre riescono proprio bene: infatti la testata che mi voleva intervistare era la Gazzetta dello Sport, un giornale di cui so solo che è rosa e che non ho mai aperto, che notoriamente non si occupa di letteratura, e mi facevano delle domande al telefono mentre era in corso una partita importantissima - che so, Italia Germania Ovest ai mondiali dell'82 (sì, ho googlato) - e io non sentivo nulla se non dei boati infernali.

 Ok, vado a dire due paroline al mio sè interiore.

venerdì 29 luglio 2011

Della stanchezza

Tu non lo sai cosa vuol dire stancarsi. Credi di essere stanca dopo una giornata di merda, dopo aver fatto le grandi pulizie, dopo aver camminato per ore in una città da visitare con la cartina in mano. Ma non è mica quella la stanchezza.

La stanchezza è fare tre passi per andare in bagno. Dover chiedere aiuto a qualcuno per poter entrare nella doccia. Spingere con i guanti da ciclista le ruote enormi della sedia a rotelle. Cercare un frammento del tuo corpo che non sia ancora stato torturato dall'ago della siringa, il tuo odiato e salvifico appuntamento quotidiano con le medicine che ti conservano in vita. Aspettare che qualcuno ti tagli la pizza mentre i tuoi amici si avventano con voracia e allegria sui piatti fumanti.

Io non lo sapevo, davvero. Sono anni che ti vedo arrancare sulla sedia, che ti spingo quando entriamo al ristorante, che ti do il braccio quando devi uscire dalla macchina o che ti allungo il telefono, il giornale, gli occhiali perché sono molto, molto più veloce di te. Ma non avevo capito fino in fondo la micidiale fatica che fai per ogni più piccola cosa, mille fatiche al giorno, all'ora, forse al minuto.
La settimana che abbiamo passato insieme, a casa tua, tra ansie, sigarette, storie e migliaia di parole a te sarà servita di sicuro, visto che per una settimana ti è mancato l'uomo che hai a fianco e senza il quale la vita è molto più insopportabile, e io ti ho dato una mano a superare un momento difficile.
Ma credimi, a me è servita molto, molto di più.

mercoledì 20 luglio 2011

cicatrici d'amore

(Posizione)
Parte anteriore della caviglia

(Cause)
L’amore. Nel senso di fare l’amore, ed essere così innamorati e così rintronati da non accorgersi di stare appoggiando la gamba, più precisamente la caviglia, sulla lampadina incandescente che è l’unica luce nella stanza, piazzata lì, vicino al letto, in una notte d’estate. L’aria è bollente, noi ci amiamo da morire, il nostro cuore trabocca di caldo ma anche il nostro corpo non scherza. E’ agosto, la città è vuota ma noi la riempiamo e ci bastiamo e mangiamo poco e beviamo molto e ascoltiamo un sacco di musica e ci guardiamo negli occhi fino alla nausea e abbiamo ventiquattro anni e ci amiamo, ma forse questo l’ho già detto.
Restiamo abbracciati per secoli e poi rifacciamo l’amore e io sento dentro di me un migliaio di sensazioni bellissime, ma non sento – fuori di me, sulla caviglia – questo caldo incandescente, elettrico, artificiale, e quando inizio a sentirlo ormai è tardi: ho un’ustione grande come una moneta da cento lire, gonfia e vescicosa.
Ci tocca correre al Pronto Soccorso e mentre entriamo pensiamo a una scusa da raccontare – mi sono addormentata, mi è caduta dell’acqua bollente sul piede – ma quando ci fanno entrare lui dice Si è scottata mentre facevamo l’amore, così, semplicemente. Il medico di turno sorride e io sento che quest’uomo lo amerò per sempre e mi viene da piangere, e mica solo per l’ustione.

(Conseguenze)
Quell’amore è durato tantissimo, le cento lire sono diventate euro. Adesso è finito, e io sono ancora piena di ferite e di cicatrici per quella fine. Un giorno, forse, quelle ferite guariranno, quelle cicatrici scoloriranno. Ma quella sulla caviglia la porto in giro con orgoglio, la curo con devozione, perché ho avuto la fortuna di conoscere l’amore almeno una volta, e quella notte di agosto brucerà per sempre.

grazie a Barabba edizioni, una casa editrice inesistente che pubblica dei libri gratis. E che ha pubblicato anche la mia cicatrice

giovedì 23 giugno 2011

Pinocchio



Oggi mia mamma mi ha regalato questo Pinocchio.
E' un regalo apparentemente non adatto a una donna di cinquant'anni che ha smesso di credere alla favole da un bel po', che è razionale e logica, con i piedi piantati per terra.
Non sono stata sempre così, una volta ero tutta poesia e citazioni di canzoni e occhi spalancati ed emozioni che ti schiantano. Poi, si sa, la vita. Son diventata più fredda, più cinica e disillusa, non mi commuovono più i film e difficilmente mi lascio andare a fantasie e sogni ad occhi aperti. Credevo a tutto, e ora non credo quasi più a niente. Son diventata un po' come questo Pinocchio qua, rigido, legnoso, talvolta con un'espressione sorridente e un cappello rosso, talvolta seduta come un manichino in mezzo alla mia vita.
Ma non è per questo che mia mamma mi ha regalato il Pinocchio.
L'ha comprato a una fiera di paese, era in giro con degli amici che l'hanno un po' guardata strano quando ha detto che il Pinocchio era per me che insomma proprio una bambina non sono più.
Ma io e lei sappiamo.
C'era anche un altro che avrebbe saputo, ma se ne è andato tanti anni fa, poco tempo dopo avermi regalato un Pinocchio come questo. Mi era venuta la scarlattina, avevo la febbre alta e lui una sera, tornando dal lavoro, mi porta questo pacchettino con il Pinocchio di legno, uguale identico a questo qua, solo più grande (o forse ero io che ero più piccola). Era bellissimo, adoravo quella sua giacchetta rossa, profumava di legno e di papà.
Non so dove sia andato a finire, son passati anni, traslochi, vite. Probabilmente ha viaggiato molto, magari gli sono mancata. Lui a me è mancato, tanto. Ma adesso è ritornato da me e se ne sta seduto sulla mia scrivania a guardarmi con i suoi occhioni fissi e un sorrisetto ironico. Mi dice che i ricordi tornano sempre, a volte fanno un po' male ma bisogna trovare loro un posto.
Io adesso a lui un posto l'ho trovato.

sabato 11 giugno 2011

Il suo bar

Il sabato mattina era dedicato alle pulizie di casa, quindi mia mamma non voleva fastidi intorno. Allora ci cacciava via, me e mio papà, che lei doveva aprire le finestre e far prendere aria e passare lo straccio per terra e sul pavimento bagnato non ci si doveva camminare.
Così mio papà mi prendeva per mano e si partiva per i giardinetti; lui si comprava il giornale, si fumava qualche sigaretta e io aspettavo il mio turno sull’altalena. Poi, dopo un’oretta, mi riprendeva per mano e si andava al bar.
Era un baretto piccolo, non lo ricordo bene (avevo solo quattro anni) il bancone era di fronte, entrando, e il signore del bar ci salutava gentilmente e mi faceva una carezza. A me piaceva stare lì dentro perché c’erano un sacco di cose da scoprire : bottiglie colorate, il distributore delle caramelle con quella grande manopola da girare dopo avere infilato dieci lire, un odore che era un misto di fumo, di vino, e di caffè. Lui mi faceva sedere sulle sue ginocchia e io mi sentivo al sicuro.
Poi si faceva dare due schedine del Totocalcio, una la compilava da solo e l’altra la compilava facendo scegliere a me, e a me piaceva inventare ogni volta delle cantilene nuove, uno ics due, due due ics, lui a volte sorrideva, a volte diceva Noo, questo no! Ma poi metteva quello che dicevo io.
Ma il momento più bello era quando lui ordinava da bere: un Punt e Mes per lui e uno per me. E quando il barista arrivava col vassoio e ci lasciava sul tavolo quei due bicchieri pieni di quel liquido rosso e trasparente, con una ciotola di patatine, io mi sentivo grande e importante perché bevevo la stessa cosa che beveva il mio papà, e quando tornavamo a casa mia mamma mi chiedeva Allora l’hai bevuto anche stavolta il Punt e Mes? E io ero felice di poter rispondere sempre sì.
L’anno dopo, avevo cinque anni, mio padre morì in atroce incidente sul lavoro. La nostra vita cambiò, cambiarono le abitudini, e in quel piccolo bar non ci tornai mai più. Solo anni dopo mia madre mi disse che il mio Punt e Mes era sciroppo di amarene con l’acqua, e che mio padre si era messo d’accordo con il barista per fargli annacquare lo sciroppo in modo che avesse lo stesso colore del suo aperitivo.
Ma a me non è mai sembrata una brutta cosa, questa.

(un grazie a Stimulable per avermi ricordato questo bar e per avermi pubblicata)

domenica 15 maggio 2011

Non ne sono capace

La socialità, la socievolezza, la società, il socializzare.
Cose che mi diventano sempre più estranee.
Perché ci vuole esercizio, ci vuole che ti venga in mente qualcosa da dire, ci vuole un sorriso, ci vuole sentirsi a proprio agio. Ci vuole che gli sconosciuti siano una promessa e non una paura. Ci vuole che la parola sia curiosità e non pietra. Ci vuole stima e rispetto di sè e non orrore. Ci vuole stima e rispetto degli altri, e non timore.
Timore di dire una cosa sbagliata, di essere vestita in modo non acconcio, di essere troppo vecchia, di essere troppo grassa, di portare gli occhiali, di essere più antipatica, di essere più stupida.
Timore di essere a disagio, sempre.

Stare bene in mezzo alle persone è una cosa bellissima, e io una volta lo sapevo fare, non che fossi un'esperta, ma mi barcamenavo e a volte ci riuscivo anche, e quasi mai ci si accorgeva che quella tizia silenziosa che però a volte sorrideva, chiacchierava o almeno partecipava con una certa lucidità a una discussione, quella tizia lì, dicevo, era il risultato di esercizio e di volontà e di uno sforzo sovrumano per superare impaccio e timidezza.

Ma la socievolezza è come un muscolo, e se non lo alleni si indolenzisce, e poi si indebolisce, diventa più piccolo e alla fine sai che sì, ce l'hai quel muscolo lì, ma hai imparato a farne a meno e vivi lo stesso, e allora ti dimentichi di averlo. E quando, una volta ogni tanto, ti decidi ad usarlo, dopo vien fuori tutto l'acido lattico che se ne era stato lì buono per un mucchio di tempo, e a te fa male dappertutto, e ti conviene tornare a casa ché almeno lì non ti vede nessuno.

mercoledì 11 maggio 2011

di favole e filastrocche

Da anni non credo più in dio.
Ma qualche volta in chiesa ci vado, perché alla mia età ormai succede che debba andare a qualche funerale. I nostri genitori sono vecchi, iniziamo a invecchiare anche noi, e insomma, la vita, eccetera.
Così, quando ci devo andare ci vado. Mi alzo e mi siedo a comando, incrocio le braccia, scambio il segno della pace perché è un gesto che può fare anche un'atea, e me ne sto a bocca chiusa per un'ora.
Ma dentro. Oh, dentro è tutto un declamare.
So ancora a memoria tutta la liturgia, ricordo di quando ero bambina e a messa ci andavo tutte le domeniche, con mia nonna o, più raramente, con mia madre. E non posso fare a meno di recitarmela, dentro, ma nell'antica versione anni '70, quando c'era "il nostro papa Paolo, il nostro vescovo Michele e tutto l'ordine sacerdotale". E' una filastrocca che per me non ha più senso, l'ha perso molto tempo fa, ma mi è rimasta appiccicata come il vinavil sulle mani e ha fatto quella pellicina sottile che diventa tutt'uno con il palmo e che fa piacere togliere, per poi ricominciare a spalmarla.
Perché io ho una memoria sarcastica. Ricordo la canzoncina della pubblicità del doppio brodo star, ricordo quarantaquattrogatti e ricordo la messa.
E non mi dice niente, è vuota di ogni significato, sterile, noiosa.
Ma non c'è niente da fare, anche se cerco di distrarmi poi ritorno sempre lì, alla chiesa diffusa su tutta la terra, al padrenostrocheseineicieli, al concristopercristo.
Come un'inquietante ninnananna, come un babbo natale che hai ormai smesso di aspettare, come una vecchia filastrocca.
Che però, lì in chiesa, ti viene da canticchiare.

venerdì 22 aprile 2011

hand in glove


Sull'onda malinconica del post precedente, una madeleine ancora dedicata a te.
La mano guantata di blu è la mia, il guanto color cuoio, vecchio e un po' rovinato, è una delle poche cose che ci hanno restituito, insieme alla fede, a un mazzo di chiavi e a un vecchio portafogli.
Vedi come la mia mano sembra piccola in confronto alla tua?
Com'era stringermi la mano allora, quando ero tanto più piccola di adesso? Avevi paura di stringermela troppo? Spariva dentro le tue, così grandi?
Io non me le ricordo, le tue mani.
Ma ho sempre avuto un debole per le mani degli uomini: mi piacciono lunghe, con le dita magre, glabre e chiare, con le vene un po' sporgenti.

Le tue le immagino esattamente così.

domenica 16 maggio 2010

una cosa che ho capito di me

Da qualche tempo soffro di attacchi di panico. Io sono una persona tranquilla e per niente ansiosa, ma a partire da un certo evento della mia vita di qualche anno fa mi succede che ogni tanto mi manca il respiro, tutto mi gira freneticamente intorno, inizio a boccheggiare e non riesco più a mettere un piede davanti all'altro per camminare.
Mi è successo di nuovo ieri, al Salone del Libro, dove ero andata, da sola, con uno zaino capiente, il programma degli incontri ben sottolineato e un delizioso programmino di shopping estremo. Ho fatto la coda per entrare, ho pagato i miei otto eurini e dopo mezzora son dovuta uscire di corsa, prendere un taxi e tornarmene a casa balbettando l'indirizzo all'autista. C'era troppa gente lì dentro, troppi respiri, troppi passi, troppi libri, troppi incontri.
Poi, a casa, ho avuto modo di pensarci su, oltre a sentirmi una cretina. E ho capito una cosa di me: che stare molto da sola non è un'opzione, una scelta. E' una necessità. Non posso sopportare altri che me stessa. E nemmeno sempre.
E non ho nemmeno comprato la maglietta di Spinoza.

mercoledì 3 febbraio 2010

quello che non prevedevo

E’ soltanto una firma su un pezzo di carta, lo so. Ma è una firma sopra la quale c’è scritto che “nulla ho più a pretendere” . Da te, da quello che eravamo, da quello che sei oggi senza di me.
Fa male, cristo.
Lo prevedevo. Come prevedevo che mi avresti chiesto che programmi avevo nel pomeriggio. Come se ci fossimo incontrati, oggi, così, per prendere un caffè, e non per dichiarare definitivamente anche agli occhi della legge che niente abbiamo più a pretendere l’una dall’altro. Lo prevedevo e mi ero già preparata una scusa, una giustificazione. No, mi spiace, oggi ho dei programmi che non ti coinvolgono, un medico, un amico, un lavoro da finire. La verità no, non ce la faccio a dire che per me oggi passare il pomeriggio insieme sarebbe stato intollerabile, perché non siamo amici, siamo due che si sono amati per quasi vent’anni e poi non so se dopo c’è spazio per qualcosa che non sia la mancanza. Che siam fortunati che non c’è odio o rancore o vendetta, ma oggi no, per favore lasciami stare da sola.
Quello che non prevedevo è che una volta a casa, da sola, sarei stata travolta da questo dolore. Quello che non prevedevo è che oggi mi sarei ascoltata gridare e piangere come qualche anno fa. Oggi è anche la prima volta che ti ho detto di no. Che non ho voluto farti compagnia. Accettando il ruolo di vecchia amica, quella che sempre capisce, comprende, giustifica e scusa. Che non ho voluto raccontarti cosa faccio, come stanno i nostri amici, come passo il mio tempo, mentre tu te ne stai zitto, impermeabile a qualunque domanda su di te. Quello che oggi fa male non è solo la maledetta firma. Oggi mi fa male essere per la prima volta quella che decide di lasciarti andare. Quella che ti dice no. Dopo essere stata per così tanto tempo lasciata sola, oggi ti ho lasciato solo io. E ammettere a me stessa che non ho più bisogno né della tua presenza né della tua mancanza mi strappa la pancia in pezzi.

giovedì 21 gennaio 2010

Immagine-tempo

Stavo mettendo a posto vecchie scatole di vecchie cose. Pagelle, foto, appunti di fisica, microbigliettini con traduzioni del De rerum natura, biglietti di treni. E mi spunta fuori una cartolina da Amburgo, che mi fa spuntare fuori una vacanza a Parigi. Avevo 19 anni, era la mia prima volta a Parigi e per rendere le cose ancora più bohèmienne di quanto già lo fossero - partire senza un albergo prenotato, senza sapere una parola di francese e con centomilalire, ci avevo aggiunto anche un fidanzato tossico, così, giusto perché la giovinezza è tanto spensierata. Quel fidanzato tossico si era trascinato fino al primo albergo lercio che aveva una stanza libera e si era ficcato nel letto con quattro pacchetti di sigarette e dei mandarini. Il messaggio era chiaro : Parigi o Kuala Lumpur fregancazzo, io voglio dormire. Così me ne ero andata in giro, per prima cosa al Louvre che alla domenica non si pagava, e mezzora dopo essere entrata ero già innamorata di un altro. Lutz, si chiamava. Tedesco, alto, lunghi capelli biondi e molto più bohèmien dell'altro, ma senza quell'assurda fissazione di spararsi in vena i pochi soldi che aveva. Nella notte già facevo i bagagli per cambiare stanza, dopo aver accompagnato Mr. Burroughs alla Gare de Lion a riprendere il treno.
Fu una settimana bellissima, in giro per musei con un dio nordico, a spillare soldi ai passanti suonando in metropolitana, a rubare i dischi di Nina Hagen, a ubriacarci ai Deux Magots. Non l'ho più rivisto, ma ho ancora quella cartolina da Amburgo.

Così l'ho cercato su facebook, e l'ho trovato. Ma non so se scrivergli. Magari è calvo, ingrassato e fa il bancario. Non si dovrebbe sfidare la romantica memoria dei 19 anni.

martedì 12 gennaio 2010

bagatelle per un massacro

Ti ricordi il primo merdoso capodanno che non abbiamo passato insieme. Da due mesi te ne eri andato e io avevo perso tutto il senso. Gli amici - i nostri, quelli che tu hai lasciato quando hai lasciato me - erano tutti a casa mia a cercare di rendermi l'inferno meno orribile. Allora, tra il finto gorgoglìo degli auguri pietosi, mi sono chiusa in bagno e ti ho scritto. Questo è il primo capodanno che passiamo separati, auguri. Mi manchi tanto. E il tuo sms di risposta : auguri, sappi che ti vorrò sempre bene ma adesso amo un'altra e la mia donna è lei.
Lo sai quante cose si sono rotte dopo quel messaggio ? quanti apparati vitali, stomaco, ovaie, fegato, sfintere, muri, libri, margherite, reni, calze, sopracciglia, lo sai quante cose hai spaccato ? Lo sai che ho capito immediatamente che quel messaggio non l'avevi scritto tu ? no, tu non eri così banale. Tu eri fuoco, arte, oro e baluginare, quando scrivevi. Ti ricordi che ti ho chiamato per chiederti se l'avevi scritto tu e tu, con aria tra il colpevole e il lusingato, mi hai detto che lei ti aveva preso il cellulare dalle mani per rispondere ? Perchè, perchè non ti ho gridato contro, non ti ho mandato affanculo, non sono venuta a spararti, a tagliarti le gomme, a versarti dell'acido in faccia ? Perchè non sono mai riuscita ad arrabbiarmi veramente, a vomitare la rabbia ? perchè quel vomito mi è rimasto dentro ed è marcito, ricoprendo con il suo odore disgustoso tutto quello che già era a pezzi ?

martedì 29 dicembre 2009

questi giorni

Ecco in questi giorni così stelleggianti e lucidi di nastri colorati, sfrigolanti di carta da regali, profumati di bagnischiuma e panettoni e odoranti di carta di libri, creme per il corpo voluttuose e sfavillanti di musichette jingle bells, in questi giorni, ma solo in questi, sono un po' dispiaciuta di non avere un figlio. Mi passa presto, son contenta della mia scelta e non mi sono mai pentita, ma da qualche anno mi succede questa cosa che vedo le mamme e i papà e un pochino, e solo in questi giorni, io, ecco, lo dico, un pochino li invidio.

mercoledì 28 ottobre 2009

Come ho conosciuto Chinaski

L’illusione di Dio, di Richard Dawkins (sottotitolo : le ragioni per non credere), nel III capitolo affonta gli argomenti a favore dell’esistenza di dio - prioristiche, aprioristiche, ontologiche, paperette, pernacchiette, ricchi premi e cotillons - smontandoli uno ad uno. Trattazione brillante, certo, ma niente a che vedere con la confutazione delle prove dell’esistenza di dio di Tommaso d’Acquino che fa Chinaski, la quale ha segnato il mio primo incontro con lui (cioè con il suo blog, mica lo conosco Chinaski, e se anche dovessero presentarmelo mi metterei a blaterare idiozie arrossendo e storpiando pure il mio nome, e non perchè lui è Chinaski, mi succede anche con il verduriere, sono timida) e che me ne ha fatto innamorare (sempre del suo blog, vedi parentesi sopra).

Ne riporto qui un pezzetto, ma consiglio a chi se lo fosse perso la lettura completa.

1. ex motu

“Tutto ciò che si muove è mosso da un altro. Non si può procedere all’infinito e dunque bisogna arrivare a un primo motore che chiamiamo Dio.”

Ma avremmo potuto chiamarlo Alberto.
I dubbi sul perché non si possa procedere all’infinito, poi, vengono dissipati dal seguente esempio:

Tommaso: tu sei un uomo buono, Guglielmo. Dico bene?
Guglielmo: ti ringrazio.
Tommaso: ma tuo cugino Abelardo lo è più di te, giusto?
Guglielmo: sì, è vero.
Tommaso: e qualcun altro lo sarà più di lui.
Guglielmo: è probabile.
Tommaso: ma non possiamo procedere all’infinito.
Guglielmo: ah, no?
Tommaso: no, guarda, devo andare a prendere la bambina a scuola, tra poco.
Gugliemo: ah, scusa. Allora non possiamo.
Tommaso: magari la prossima volta.
Gugliemo: ma sì.
Tommaso: allora questo lo chiamiamo Dio.
Guglielmo: magistrale.

lunedì 12 ottobre 2009

sesso estremo



Che poi a me tutto questo strillare di quanto ti piace scopare, quanti partners in una notte sola ti sei passata, di quanta voglia di cazzo hai, a me sembra veramente patetico. Mi dà l’idea, non so, di essere un penoso tentativo, da parte delle donne, di mostrarsi all’altezza della voracità sessuale maschile, di adeguarsi stancamente a delle fantasie pur non essendo assolutamente in grado. Cerchi gnocca, ragazzo ? eccola qua, bell’e pronta, infoiata il giusto e senza tutte quelle tiritere sul sentimento. Ah, come sono moderna.

Ora non discuto sul fatto che il sesso possa essere bello e divertente anche senza alcuna implicazione sentimentale. E’ un gioco, e come tale lo si può giocare con chiunque. Ma vorrei far notare che a volte - parecchie volte - è una palla mostruosa. Con questo tizio che non ti sembrava fosse così pesante quando l’hai conosciuto e che ti sta appiattendo come uno schiacciasassi. Quell’altro che non la finisce più e santiddio fai qualcosa ma piantala lì. Il tizio che non hai fatto in tempo a capire cosa stava succedendo che per lui è già bell’e che finito. Con l’altro che è tutto un sospiro e un affanno che inizi a chiederti se c’è il Ventolin a portata di mano. L’altro ancora che ti rigira come un calzino per far vedere quanto è fantasioso e pieno di iniziativa ma non riesce a impedirti di pensare che domani devi assolutamente ricordarti di prenotare il dentista. Insomma dai, non è sempre quella gran scopata che val la pena di raccontare il giorno dopo.

Ecco poi, raccontare. Siamo grandi e abbiamo tutti avuto le nostre storie (tranne la Binetti, direi), non è che tutti qui si crepi dalla voglia di sapere delle tempeste ormonali degli altri. A me tutta ‘sta moda di rendere pubbliche le proprie imprese erotiche urlandoci nelle orecchie mi sa, più che di sesso estremo, di sesso estremamente noioso. E quelli che seguono questa moda mi ricordano tanto quando in seconda elementare andavi a cercare “cacca” sul dizionario. E ti sentivi coosì cattivo.