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venerdì 31 agosto 2012

Avinash e il culture clash





E’ bello la sera, al tramonto,  quando il caldo è meno feroce e i venditori sono stanchi di assilarti con le loro assurde proposte commerciali,   sedersi  sulle rive del Gange  a godersi il fresco. L’acqua è marrone, fetida e schiumosa, nasconde segreti e corpi,  o pezzi di corpi. Ma l’impressione che se ne deriva è, stranamente,  di una quiete serena,  come se dopo tutto il gran daffare del giorno, inghiottire liquame, portare verso sud resti di cadaveri, soffocare per la mancanza di ossigeno,  questo strano,  misterioso   fiume si concedesse finalmente un po’ di riposo.  La luce calante nasconde gli orrori, la sporcizia, il vento porta via gli insopportabili odori di immondizia e putrefazione.  Scende sull’acqua una calma irreale e sconcertante, che potresti scambiare per pace dell’anima.



Son qui seduta sui gradini dell’Assi Ghat.  Vicino a me due capre, sdraiate pigramente una sull’altra, masticano rifiuti. Sono qui con Avinash, che mi parla di filosofia e arte indiana, di Ramakhrishna  e dei Moghul. Avinash ha due lauree e sta facendo un master in Storia dell’arte alla Benares Hindu University. E’ appassionato di arte indiana ma conosce benissimo anche l’arte occidentale, e i nomi dei nostri grandi pittori – Michelangelo,  Raffaello – pronunciati con l’accento Hindi, mi suonano allo stesso tempo familiari ed estranei.
Avinash è un intellettuale. Avinash è un guidatore di tuk-tuk, che passa la giornata a scarrozzare passeggeri indiani e stranieri (meglio stranieri, dice ridendo, che ti pagano sempre un pochino di più) per le polverose viuzze di Varanasi per qualche rupia. Poi la sera se ne va sul Gange a chiacchierare con i colleghi o con qualche straniero che non sia sospettoso e diffidente o che abbia ancora voglia di parlare, dopo una giornata passata in questa città che, credeteci, è un’esperienza devastante.

Gli chiedo perché uno con due lauree e un quasi master sceglie di fare il guidatore di tuk-tuk per una miseria. Ma questa semplice domanda nasconde uno scontro di cultura che sempre viene fuori  in queste occasioni: perché sprecare tutto questo sapere, perché non metterlo a profitto, perché non trasformare in benessere, in miglioramento materiale, una risorsa che è già lì, disponibile.
Perché mi piace  la vita tranquilla, senza stress, dice Avinash.  Qui non ho padroni, lavoro quando voglio, e posso passare il resto del mio tempo a guardare il fiume che mi scorre qui davanti. E qui dentro,  mi dice, toccandosi il petto.

E nemmeno più mi ricordo perché gli ho fatto questa stupida domanda. 

giovedì 30 agosto 2012

Una cosa divertente che voglio fare ancora un sacco di volte.






Qui è dove ho passato le mie vacanze quest'anno. 
Qui è dove voglio tornare presto. 

Chi fosse interessato a fare questa esperienza può mettersi in contatto con me. 

Namastè




Neha






Neha aveva 12 anni quando si è sposata. Neha era sposata da cinque giorni quando è rimasta vedova.

Neha abitava in un villaggio isolato e poverissimo, non era  mai andata a scuola, aveva  guardato le bestie e lavorato nei campi fino al giorno del suo matrimonio con un ragazzino di un altro villaggio, lontano dal suo (venti chilometri da fare a piedi nel fango sono un lungo viaggio), un ragazzino mai visto prima e – guarda il destino, a volte – quasi mai visto nemmeno dopo, visto che cinque giorni dopo il matrimonio è stato morso da un serpente ed è schiattato lì, davanti alla sposina che ancora non aveva capito che cosa era cambiato per lei:  lavorava nei campi prima, lavorava nei campi dopo, solo erano campi diversi perché la sposa va ad abitare con la famiglia dello sposo, abbandonando tutti i suoi affetti.
Neha è quindi una vedova a 12 anni e  la famiglia dello sposo la rimanda a casa; non vogliono nemmeno più vederla, è una strega che fa morire la gente, è già grazie che non l’abbiano picchiata a morte. Non che la sua famiglia d’origine  sia entusiasta di riprenderla: un’altra pancia da riempire, e pochissime possibilità di rimpiazzarla sul mercato: è una vedova, è bruciata, nessuno la vorrà più. Neha  adesso deve rompere i suoi bracciali rossi, da sposa, davanti a tutto il villaggio; deve vestire di bianco e mangiare poco per essere il meno seducente e desiderabile possibile, e vivere di carità.
Così se la riprendono, ma probabilmente Neha  inizia a pensare che  la vecchia usanza del sati, ormai proibita per legge,  potrebbe essere una piacevole soluzione ai suoi problemi: che cosa sarà mai buttarsi nel fuoco e immolarsi insieme al marito morto in confronto alla vita che sta facendo ora ? Costretta a stare sempre chiusa in casa, malnutrita, schiava di tutti, ridotta a un animale sporco e maltrattato. D’altronde se lo merita, dopo cinque giorni ha fatto morire il marito, poco importa se il ragazzino era nella foresta con i suoi amici e lei era a casa a servire la suocera, è comunque colpa sua.
Quando la madre di Neha è arrivata a scuola da Renu, a piedi, i soliti venti  chilometri nel fango, era molto agitata, e chiedeva aiuto immediato e urgente: le avevano detto che ma’am aiuta la gente povera e lei aveva decisamente bisogno di aiuto, sua figlia stava molto male e aveva paura che sarebbe morta molto presto.  Renu è andata subito al villaggio e davanti alla casa ha trovato una branda coperta da un lenzuolo sotto il quale si intravedeva un corpo umano, magrissimo, quasi non lasciava segno, ma che si teneva il lenzuolo tra le mani e non voleva che la scoprissero.  Quando Renu finalmente è riuscita, con delicatezza, a tirarne giù un lembo, si è subito ritirata inorridita: lì sotto c’era un corpo disidratato, puzzolente, sporco di vomito e di escrementi, gli occhi fissi, che aspettava solo di morire.

Oggi Neha ha 18 anni e si è risposata. E’ stata molto tempo in ospedale, poi è andata a lavorare con Renu a Tender Heart:   lei ha imparato a cucire, la sua famiglia si è convinta che non  è stata poi solo colpa sua se il primo marito è morto.
Non credo che Neha farà sposare sua figlia a dodici anni, comunque.

mercoledì 29 agosto 2012

Tike Tike




Non so se si scriva così. E’ un termine hindi che significa “ok, tutto bene, tutto a posto, d’accordo”, ed è la parola con cui sempre si chiude una telefonata o  si conclude un accordo. E’ in genere accompagnato da un veloce gesto della mano, una repentina rotazione del polso  destro verso l’esterno, le dita leggermente aperte, un gesto che è contagioso : mi sono accorta che adesso tendo a farlo anche io e mi piace molto di più delle americanissime “virgolette”  fatte con le dita.
E’ umano e istintivo  tendere all’emulazione: di gesti, di modi di dire che non sono nostri ma che acquisiamo lentamente attraverso una sorta di scansione mentale, che ingenerano abitudine e si radicano inevitabilmente nell’immaginario.  La convivenza, anche temporanea, con persone provenienti da tutto il mondo ti espone a un biliardino mentale, e tu viaggi e rimbalzi e urti e precipiti come la pallina rossa mentre intorno a te tutto tintinna, squilla e ti rimanda altrove. Così adotti parole e gesti in altre lingue,  mischi l’italiano con l’inglese e con l’Hindi – perlomeno quelle tre parole che hai imparato  - e trovi analogie (in Hindi nama vuol dire nome, nava in Sanscrito vuol dire nove,  agni significa fuoco,  non è meraviglioso?) e resti di una lingua remota che pure dovevamo avere in comune, quando alcuni di noi lanciavano il cavallo al galoppo nelle pianure e pretendevano che tutto il territorio da lui attraversato diventasse loro regno.
Sono qui con una decina di altre volontarie e l’Inglese è ovviamente la lingua adottata da tutte; ci sono poi altre parole che ti conviene imparare in fretta – Nehi, No, la parola più usata dagli occidentali – Jell’ ja, scritto più o meno come si pronuncia, Vai Via, Stammi Lontano,  anche questa inflazionata – Shukria, grazie,  Thoda Thoda, poco poco,  Sundari, bellissimo. 
Molti qui parlano inglese, ma nei villaggi, negli slums o nelle tende per strada si comunica con gesti, con sorrisi, o con azioni impregnate di significato: se ti piazzano in braccio un bambino, si fidano di te.  Se si portano la mano con le dita strette alla bocca, vogliono mangiare.  Non è poi così difficile.
Poi ci sono i gesti ipnotici e ripetitivi di chi è dedito alla liturgia e al rituale, sacro o profano che sia. La mano destra, pollice e indice uniti a cerchio che stringono un bastoncino d’incenso, che rotea elegante il polso seguendo il ritmo ossessivo  del tamburo nella cerimonia del Ganga Aarti a Varanasi.  La testa di un fedele che tocca terra più volte nel tempio Shivaita alla ricerca di favori e benedizione. Il movimento sensuale  e convulso di una frenetica danza in un film di Bollywood.  Le dita lunghe e nervose dei massaggiatori ayurvedici che ti cospargono di olio essenziale e te lo fanno colare tra i capelli.
L’india è il paese più altamente codificato in cui io sia mai stata.
Ma effettivamente non sono mai stata in Giappone.

lunedì 27 agosto 2012

Scherzi del Karma





A scuola, oltre alle  12 classi regolari della scuola dell’obbligo,  ci sono due classi per “special needs children”: ci sono bambini down, tetraplegici, autistici, Asperger, ritardati.  Sono ragazzi altamente discriminati nei loro villaggi e all’interno delle famiglie stesse. Stranamente sono tutti maschi:  ho il sospetto che per le femmine, una volta scoperta una patologia psichica,  le famiglie ricorrano a metodi più sbrigativi e decisamente più illegali per risolvere il problema in maniera definitiva.  D’altra parte qui in India da due anni è stata dichiarata illegale l’ecografia sul feto, visti i moltissimi aborti che venivano praticati dopo avere saputo che si portava in grembo una femmina.  Non si va tanto per il sottile qui, e all’etica non ci si pensa granché quando c’è il problema di pance da riempire.

Alcuni di questi ragazzi  non hanno consapevolezza della loro patologia,  altri invece soffrono molto nel constatare che vengono trattati in modo diverso dai loro fratelli o sorelle, quelli “normali”.
C’è un ragazzo con le gambe inutilizzabili, ridotte a due salsicce molli e sfibrate,  che si trascina sul pavimento aiutandosi con le braccia. Però fa dei braccialetti e collane bellissimi, ha molta fantasia e gli piace inventare nuovi modelli.

C’è un bambino down a cui abbiamo fatto un regalo preziosissimo: gli abbiamo portato le bolle di sapone, e lui corre felice per la scuola inseguendo le bolle, rompendole mentre cerca di conservarle sulla mano.  La sua risata è contagiosa, il suo impegno instancabile nel rincorrere quelle bolle trasparenti, si affeziona a tutti e pretende coccole da chiunque.
Poi c’è Manu,  che ha 16 anni ma è un gigante disarmonico e goffo:  quando arriva da noi, nella stanza in cui lavoriamo, bisogna far sparire cellulari, macchine fotografiche, dispositivi di qualunque genere, perché te li sfila via con una velocità da predatore e poi li analizza con la cura di un anatomopatologo. Manu è autistico e sembra riuscire a biascicare solo versi incomprensibili. Un paio di anni fa, mi ha raccontato Renu, ha trovato alcuni vecchi calendari e si è messo a sfogliarli ossessivamente, per un paio di giorni non ha fatto altro. Adesso se gli dici una data, dal 1947 (l’anno dell’Indipendenza) in poi, lui ti sa dire immediatamente il giorno corrispondente. Non sa fare altro, e questo sapere non gli servirà a molto nella vita, ma è strabiliante vederlo all’opera.

Certo che se nasci in India, povero e anche handicappato, il tuo karma ti ha giocato uno scherzo veramente di merda. 

sabato 25 agosto 2012

Esperimento con l'India





E’ tutta una faccenda di fiori di loto, di occhi aperti senza pupille, di curry e monsoni; e di vacche sacre, no?
Giorgio Manganelli, Esperimento con l’India 


Stupro indiano


Per quanti aerei tu prenda, per quante volte tu ci sia stata, non sei tu che vai in India, mai.
No, è l’India che viene da te, dentro di te, ed è sempre – all’inizio – uno stupro.  E tu hai due possibilità: o ti ribelli, ti irrigidisci, chiami in causa tutta la tua Europeità e occidentalità, e allora lo stupro fa davvero male, e ti lacera tessuti e nervi; oppure acconsenti alla violenza, ti abbandoni ad essa, e solo in questo caso, uniformandoti con il tuo aggressore e prendendo la forma che ti vuole dare, puoi ricavare da questa violenza un piacere intenso, estremo e mai provato prima.


Il mercato delle spezie a Delhi,  vicino a Chadni Chowk, è bello, affascinante e repellente come lo ricordavo: carri carichi all’inverosimile di sacchi di juta strabordanti pepe, peperoncino, curcuma e coriandolo, profumi deliziosi mescolati con nauseanti puzze di marcio e di putrefazione. Gente che dorme sui gradini del mercato, invasa da mosche. Uomini magri ed emaciati che giocano a carte all’ombra di vecchie colonne. Buie, strette, umide e scivolose  scale che si prestano a foto che sembrano studiate a tavolino, mentre invece sono frutto di scatti frettolosi, seminascosti,  sudati. Pezzi di incenso (non bastoncini, quelli sono già troppo sofisticati) che bruciano in antri oscuri, depositi di spezie e – temo – topi di varie dimensioni.

Dal tetto del mercato, dove ci ha portato il nostro rickshaw driver, si gode una vista sulla vecchia Delhi che non suscita particolare meraviglia, o forse sono solo troppo stanca e sudata per poterla apprezzare. E’ il mio primo giorno – anche se la mia quarta volta -  in India, quest’anno,  e se anche il mio cervello è ormai abituato alla violenza indiana, il corpo ha tempi diversi e diversi percorsi di acclimatazione. Sono stremata e appiccicosa, due modalità che per quasi un mese non mi abbandoneranno mai. E anche stupita e felice di essere qui, ancora una volta.  So già che nei prossimi giorni la stanchezza, il caldo, la folla, le difficoltà mi faranno  odiare  questo paese con una forza che mi renderà cinica, a volte, di fronte a terribili disgrazie, a corpi martoriati, a bambini sudici e affamati. Ma nessun odio, per quanto vivido, potrà mai nemmeno per un momento eguagliare la forza dell’inspiegabile amore che nutro per questo paese. 

domenica 23 ottobre 2011

Se potessi avere ottantamila euro



Con ottantamila euro puoi fare il giro del mondo in alberghi da sogno dove ci sei solo tu, il mare e una squadra di camerieri che ti sventolano foglie di palma per rinfrescarti; puoi comprarti un auto della puta madre, nuova fiammante, che fa i 200 all’ora, con tutti gli optional che hanno quelle sigle incomprensibili; puoi dare un corposo anticipo per comprarti la casa della tua vita; puoi rivoluzionare l’arredamento di tutta la casa e già che ci sei metterci dentro una chaise longue di Le Corbusier; puoi toglierti qualche sfizio innocente, orologi d’oro, gioielli, carinissimi tailleur di Chanel.

Oppure puoi prendere un aereo da Lagos a Torino, Milano o Roma, metterti un paio di stivaloni al ginocchio con zeppa da 15 centimetri, una minigonna che a malapena ti copre il culo anche nelle notti invernali, e adescare clienti sculettando sui trampoli.
Ottantamila euro è la cifra che le donne nigeriane devono restituire per essere riuscite ad arrivare in Italia. Vale la pena, no? 

domenica 18 settembre 2011

et in Arcadia ego

Stamattina avevo appuntamento con il mio amico Alessandro per un caffè in piazza Vittorio alle 10, ma lui era in ritardo. Molto ritardo. Ritardissimo. Giustificato eh, bambini da guardare, cose di famiglia, ma intanto io me ne sono stata seduta al bar da sola per un'oretta. Il cielo era grigio e impregnato di umidità, era piovuto tutta la notte. Dalla mia postazione sotto i portici intravedevo uno squarcio di vecchi palazzi e ipotizzavo il fiume marronastro un po' più in là. Ho tirato fuori il kindle e mi sono messa a leggere un libro che racconta di un viaggio a Varanasi, un viaggio che ho fatto anch'io qualche anno fa. Il libro non è un capolavoro ma racconta benissimo le sensazioni di un occidentale al cospetto di quella magnifica e orribile città: un costante cozzare di sentimenti contrastanti, odori repellenti e profumi estatici, aggressioni al corpo sempre più vulnerabile e deperito e mistici abbracci con un divino che è allo stesso tempo ridicolo e vertiginoso. Varanasi è pura distopia: la desideri ardentemente e la odi, ti fa schifo e ne sei attratto, e dentro c'è tutto l'umano e il sovrumano che ti accoglie amorevolmente e ti ingloba nelle sue viscere come un pitone, ti fa morire di una morte lenta ed escrementizia e ti fa vibrare di un amore orgiastico ed ebbro. Io ero lì, sola, al tavolino di un caffè, e però non ero lì, ero sul ghat Manikarnika ad evitare mani sudicie e pozze di liquami, a inebriarmi di colori e denti bianchissimi, a tossire per il fumo esalante dalle pire funebri, a vergognarmi e a non potermi esimere dalla curiosità morbosa di vedere un cadavere bruciare, la pelle staccarsi e contorcersi nelle fiamme, a cercare conforto per le mie narici intossicate con i pochi sprazzi di profumo d'incenso per guarirle dalla puzza di morte. Ero a pochi metri dal Po e però vedevo il Gange brulicante di insidie scorrermi davanti con tutto il suo millenario carico di preziosissimi tessuti funebri, carcasse galleggianti, sacchetti di plastica. La nebbiolina umida di Torino si trasformava nel soffocante vapore infernale dell'afa che alle 10 del mattino, a Varanasi, ti toglie già il fiato. Poi è arrivato il mio amico Alessandro, in ritardo, in ritardissimo, Mi sono sentita come se fossi tornata appena un minuto prima dall'altra parte del mondo, e il cappuccino aveva il sapore del primo cappuccino che prendi nel primo aeroporto italiano in cui arrivi, dopo un mese di astinenza e audaci tentativi malriusciti di trovarne uno che sia anche solo passabile. E la nostalgia era quella del ritorno da un viaggio che che vorresti raccontare ma che non ti esce perché è ancora tutto aggrovigliato tra stomaco, intestino, occhi, naso, e mani, e sei contento di essere tornato ma sai che non è finita qui, che sei ancora preda e vittima volonterosa del flautato e intollerabile richiamo dell'India.

mercoledì 31 agosto 2011

l'inverno del nostro scontento

Io sono una privilegiata. Ho visto l’alba su un vulcano a Giava, con le nuvole che lo circondavano e sembravano un mare di panna. Ho visto una balena a Frazer Island in Australia, dall’alto, su un piccolo Cessna a sei posti, la balena era gigantesca e solitaria e mi sono venute le lacrime agli occhi. Ho messo i piedi nel Gange a Varanasi e ballato con i pellegrini shivaiti che arrivavano a piedi da tutta l’India. Ho passeggiato per la 5 Avenue e cenato in piccoli locali del Village. Mi sono bagnata nelle acque del Giordano e ho visto il tramonto nel deserto del Wadi Rum.

Ma quest’anno non sono andata in vacanza perché, per motivi che è inutile e per me anche molto triste spiegare, non me lo potevo permettere.
Così sono qua che rimugino, di pessimo umore. Mi dico che l’inverno sarà più duro degli altri, che senza un po’ di mare mi prenderò un sacco di malanni, che non ho “staccato la spina” nemmeno un po’ perché non lavorare e starsene a casa senza poter fare nulla non è veramente una vacanza, e insomma sono infastidita, angosciata e rabbiosa.

E me ne vergogno. Perché c’è gente che in vacanza non ci va mai, oppure è sempre in vacanza perché non ha un lavoro. C’è gente che il lavoro lo perderà presto e i loro bambini il mare lo vedranno alla televisione. C’è gente che sta male, precariamente attaccata alla vita grazie a tubi e monitor. E io, che sono una privilegiata, son tutta un lamento e un mugugno perché per una volta ho dovuto rinunciare a un piacere, a un lusso, a qualcosa di cui la maggior parte delle persone non potrà godere mai, in tutta la sua vita.
Ma questo pensiero non basta a consolarmi. Per quanto nel mio piccolo mi dedichi agli altri, cerchi di aiutare, sia molto attiva nel volontariato, passi molto del mio tempo libero in queste attività, sono e rimango una figlia del mio tempo, individualista, consumista, attenta prima di tutto ai miei bisogni, ai miei piaceri.
Così oltre al mugugno e al pessimo umore per le vacanze mancate, sto male perché mi sento un mostro di egoismo; così alterno la vergogna alla tristezza, il fastidio al disprezzo di me stessa.
Sarà un duro inverno in cui, quanto a pensieri negativi, non ci faremo mancare niente.

giovedì 25 agosto 2011

Guernica total


I funerali Toraja in Sulawesi (Indonesia) durano circa una settimana, e prevedono scontri di bufali, feste, preghiere, infine un rituale sanguinolento in cui un parente del defunto si accomoda al centro di un cerchio composto da dodici bufali e armato di coltellaccio li sgozza uno dietro l'altro girando su se stesso. I poveri animali cadono a terra agonizzanti, il sangue esce a fiotti e in un attimo il terreno è completamente rosso. Io ero ammutolita dall'orrore, mentre la mia amica spagnola, insieme alla quale ho assistito a questa cerimonia apocalittica, mi ha guardato, pallida e spaventata, e ha commentato : "Guernica total".

Io trovo che mai commento fu più azzeccato.

giovedì 28 luglio 2011

reduci

Ma guardaci.
Siamo qua sul terrazzo, in ghingheri, donne con tacchi alti, vestitini, fresche di acconciatura. Gli uomini un po' più sportivi, anche se compaiono giacche e cravatte arrivate direttamente da una pesante giornata di lavoro. Ciascuno ha il suo bicchiere di vino bianco frizzante, una sigaretta, un cellulare che viene frequentemente consultato: noi siamo qua, ma a casa abbiamo lasciato figli, mamme anziane, babysitter, e non si sa mai che abbian bisogno di noi proprio adesso.
C'è un dj che mette musica che potrebbe essere nostro figlio, e nessuno lo considera finchè non partono i classiconi, My Sharona è un successo. Le donne si tolgono i tacchi e si mettono a ballare a piedi nudi, gambe abbronzate, gonne svolazzanti, décolleté generosi a mostrare morbidi seni che hanno allattato o seni artificiali che si sono regalate per sconfiggere la naturale forza di gravità e la meno naturale ansia da invecchiamento.

Siamo patetici. Siamo eroici. Siamo ridicoli. Siamo teneri. Chiacchieriamo di vacanze, di figli - chi li ha - del rimpianto di non avene avuti, di saldi, di vecchi amici o compagni di scuola smarriti per strada e nemmeno più cercati. La musica, il vino frizzante, i vestiti leggeri, le sigarette li usiamo per mascherarci da uomini e donne felici, almeno stasera, almeno su questo bel terrazzo da cui si vede il fiume.

Siamo reduci. Ognuno con le sue storie trafitte, le sue delusioni, le amarezze. Amori finiti, lavori deludenti, figli preoccupanti, ce li portiamo addosso ma stanotte sono più leggeri, stanotte festeggiamo, stanotte le donne ballano a piedi nudi e gli uomini si raccontano i progetti delle vacanze. Domani avremo tutti di nuovo cinquant'anni, ma adesso c'è My Sharona, lasciami andare a ballare.

martedì 10 maggio 2011

perché ti voglio bene

No, non sono d'accordo che tu vada al funerale dell'uomo che amavi e che ti ha lasciato mesi fa, perché a quel funerale ci sarà anche suo figlio e la moglie, da cui non si è separato, e amici e colleghi che non conosci e con i quali non puoi condividere nemmeno un abbraccio o una parola o un ricordo, perché nessuno ti conosceva.
Ma ti accompagno, perché ti voglio bene.

No, non mi va di guidare la tua macchina fin là perché tu stai troppo male per guidare, perché son due anni che non guido e comunque non ho mai guidato una macchina più grande di una 500, e la tua mi fa un po' paura e fuori Torino mi perdo sempre.
Ma accendo il motore e parto, perché ti voglio bene.

E no, Frank Sinatra non fa proprio parte dei miei cantanti preferiti, e di My Way preferisco indubbiamente la versione del vecchio Sid Vicious, e non ho voglia di cantarla in macchina per te che sei stonata e non hai il senso del ritmo.
Ma te la canto tutta, a squarciagola, I did it myyyyyyyyy waaaaaaayyyyyy.
Perché ti voglio bene.

E no, non mi piace per niente che tu dopo la funzione ti scoli un thermos di Negroni in macchina, con un caldo ormai estivo, piangendo tutte le lacrime che un essere umano può piangere senza scomparire in una pozza, perché era il cocktail che bevevate sempre insieme, perché so che non mangi da due giorni e che non ti farà bene.
Ma ti lascio bere, perché ti voglio bene.

Conosco bene il dolore della morte, e so che non lascia scampo, né parole. E allora fai quello che, vuoi mia vecchia amica, chiedimi anche quello che non voglio fare, io lo farò per te anche se non mi piace, per farti posare un po' di quel dolore sulle mie spalle robuste.
Perché ti voglio bene.

giovedì 11 febbraio 2010

Ma i cinesi sognano pecore elettriche ?

Da un paio d'anni vado a farmi lavare i capelli dai cinesi. Stanno praticamente sotto casa mia, shampoo e piega costano un po' più di un pacchetto di sigarette, in venti minuti sei fuori e i miei capelli hanno finalmente un senso e non sembrano più pettinati dalla presa di corrente. E' vero che devi farti capire a gesti, ma tanto io mica voglio acconciature alla Amy Winehouse, ho i capelli dritti e voglio che dritti restino. E poi c'è il grande vantaggio che - non sapendo una parola di italiano a parte "piega" e "lisci" - non rompono le palle con commenti e gossip su personaggi televisivi dei quali sono totalmente all'oscuro.
C'è l'inconveniente della colonna sonora, un misto di Gigi d'Alessio e Tiziano Ferro miagolanti canzoni che assomigliano alle nostre ma i cui versi finiscono sempre in Chin o Yaon o roba del genere. Ma è un piccolo dolore che riesco a sopportare.
I giovanotti si vestono come i nostri, un po' tamarri, sempre alla moda, le ragazze hanno il culo basso ma son carine, tutte con i capelli lisci e tutte con vocine stridule. Cinesi, insomma. Ragazzi, comunque.
Però oggi pensavo che nonostante ci vada da due anni non ho ancora capito niente di loro.
Che faranno nel tempo libero ? Andranno in discoteca o faranno sedute di Shaolin ? Consulteranno i Ching o si caleranno pasticche ? E cosa mangeranno ? Involtini primavera come se piovesse o una bella amatriciana ? Vedranno film con maestri barbuti che volano e spade rotanti o sono patiti di Fellini e della Nouvelle Vague ? Quando han voglia di qualcosa di esotico vanno alla trattoria toscana? Come si dirà TVTB in cinese ? Stanno su un social network cinese per tenersi in contatto con i loro vecchi amici? E avranno nostalgia del loro paese ?
Allora mi sono immaginata che nel Sichuan magari c'è una donna che oggi è andata a farsi lavare i capelli da un parrucchiere italiano che lavora lì, e si chiede esattamente le stesse cose.

domenica 7 febbraio 2010

Snow White, you lousy bitch



quando io e mia sorella eravamo piccole, prima di spegnere la luce ci facevamo sempre raccontare da mia mamma la stessa storia, che aveva inventato lei e che ci piaceva tantissimo. La storia diceva più o meno così: che quando fossimo state più grandicelle, mia sorella un giorno sarebbe tornata a casa dicendo che aveva conosciuto un ragazzo carino, con la camicia a quadrettini, i capelli ricci, i jeans e delle scarpe molto belle, e mia mamma le avrebbe chiesto come si chiama, cosa studia o che lavoro fa, e mia sorella avrebbe risposto non lo so, so solo che era carino e vestito bene. Poi sarei tornata a casa io e avrei detto che avevo conosciuto un ragazzo con una voce bellissima, che sapeva tutto di cinema o di letteratura o di filosofia o di antropologia della Groenlandia, e mia mamma mi avrebbe chiesto com'era, alto, biondo, riccio, grasso e io avrei detto che non lo sapevo, che non avevo mica fatto attenzione a quelle cose lì. Questa cosa, a me e a mia sorella, ci ha segnato tantissimo. Così tanto che mia sorella ha creduto, per tutta la sua adolescenza, di essere un'oca ignorante e semianalfabeta e vanitosa e superficiale, mentre io sono cresciuta pensando che l'unica cosa che conta davvero nella vita è la testa, e il corpo è un contorno piacevole ma, insomma, una ciliegina che anche se non c'è la torta è buona lo stesso.
Così a me dicevano sempre che ero tanto intelligente e io sono cresciuta sentendomi un cesso, a mia sorella dicevano che era tanto carina ed è cresciuta sentendosi un'idiota.
Tutto questo ha avuto ripercussioni di notevole rilevanza, direi anzi drammatiche, per tutte e due. Ha influenzato le nostre scelte, ci ha portate entrambe, ognuna per conto nostro, a fare delle cazzate più grandi di noi e pericolose, a perderci su percorsi non proprio costruttivi.
Adesso quando ci vediamo ci ridiamo su, io e mia sorella. Ma a riderci su ci siamo arrivate con una fatica e ad un prezzo che insomma, averlo saputo allora, forse era meglio se ci facevamo raccontare Biancaneve.

martedì 26 gennaio 2010

ho fatto un corso di danza indiana

qualche anno fa, con un'allieva di questa danzatrice molto famosa in India, Mallika Sarabhai. Mallika ha anche interpretato Draupadi nel Mahabharata di Peter Brook, che se uno ha quelle sei ore di tempo libero io gli consiglio proprio di vedere.




La danza indiana, il Bharatanatyam, è molto complicata e impegnativa. Richiede una notevole muscolatura ma soprattutto una grande flessibilità. Richiede anche femminilità e attitudine alla seduzione, cosa che, almeno per me che - come dice la mia mamma - sono scarpona, è infinitamente più difficile da imparare.
Quindi ecco qua il suo interevento al TED, di cui mi sono divertita a fare la revisione.
Dura molto meno del Mahabharata di Peter Brook.


http://www.ted.com/talks/lang/ita/mallika_sarabhai.html

giovedì 21 gennaio 2010

Immagine-tempo

Stavo mettendo a posto vecchie scatole di vecchie cose. Pagelle, foto, appunti di fisica, microbigliettini con traduzioni del De rerum natura, biglietti di treni. E mi spunta fuori una cartolina da Amburgo, che mi fa spuntare fuori una vacanza a Parigi. Avevo 19 anni, era la mia prima volta a Parigi e per rendere le cose ancora più bohèmienne di quanto già lo fossero - partire senza un albergo prenotato, senza sapere una parola di francese e con centomilalire, ci avevo aggiunto anche un fidanzato tossico, così, giusto perché la giovinezza è tanto spensierata. Quel fidanzato tossico si era trascinato fino al primo albergo lercio che aveva una stanza libera e si era ficcato nel letto con quattro pacchetti di sigarette e dei mandarini. Il messaggio era chiaro : Parigi o Kuala Lumpur fregancazzo, io voglio dormire. Così me ne ero andata in giro, per prima cosa al Louvre che alla domenica non si pagava, e mezzora dopo essere entrata ero già innamorata di un altro. Lutz, si chiamava. Tedesco, alto, lunghi capelli biondi e molto più bohèmien dell'altro, ma senza quell'assurda fissazione di spararsi in vena i pochi soldi che aveva. Nella notte già facevo i bagagli per cambiare stanza, dopo aver accompagnato Mr. Burroughs alla Gare de Lion a riprendere il treno.
Fu una settimana bellissima, in giro per musei con un dio nordico, a spillare soldi ai passanti suonando in metropolitana, a rubare i dischi di Nina Hagen, a ubriacarci ai Deux Magots. Non l'ho più rivisto, ma ho ancora quella cartolina da Amburgo.

Così l'ho cercato su facebook, e l'ho trovato. Ma non so se scrivergli. Magari è calvo, ingrassato e fa il bancario. Non si dovrebbe sfidare la romantica memoria dei 19 anni.

giovedì 24 dicembre 2009

Parigi val bene Karin

Ignoro il motivo per cui mi trovo qui, in questo rottame di macchina, alle tre di notte. La verità è che non volevo stare da sola, e avrei detto sì a qualunque proposta.
Ma adesso inizio a pensare di avere fatto una cazzata.
Siamo alle porte di Parigi, vicino all’aeroporto. Siamo partite alle sette da Torino, abbiamo sbagliato strada più e più volte, ci siamo fermate a mangiare qualcosa e ora siamo alla ricerca di un albergo.
Non un albergo qualsiasi, no. Quello in cui si trova l’amante di Karin.
E questo è il motivo per cui Karin ci ha chiesto di accompagnarla a Parigi. Ma è il motivo di Karin.
E il mio?
La macchina puzza di umido e di fumo delle mille sigarette che abbiamo consumato, ma abbiamo trovato un rimedio. Silvia ha acceso 2 incensi e li ha ficcati nelle griglie dell’aria ed ora viaggiamo nella nebbia, dentro e fuori. Quella dentro però profuma di ambra. Silvia non parte mai senza il kit dell’invasata : tarocchi, incensi, candele e olii per il reiki. Lei va a Parigi perche ha scoperto che Jodorowsky ogni tanto si fa vedere in un caffè vicino alla gare de Lyon. Non si sa quando, non si sa se regolarmente, ma lei ha deciso di cercarlo per farsi dare un rito psicomagico.
Questo è il motivo di Silvia.
Continuo a non capire perché mi trovo qui.
Sono appena stata lasciata dall’uomo che amavo, e mi trascino come uno zombie, senza nemmeno la forza di uscire per comprarmi da mangiare, ho più di quarant’anni, sono disperata. Quindi perché, perché sono in questa macchina, assordata dalla voce di Karin che racconta di tutti i suoi amanti e corteggiatori, verso una meta che non riusciamo a trovare ?
E invece la troviamo, alle cinque del mattino. Il fantasmatico amante esiste, viene a prenderci alla reception, ci fa passare dal retro dell’hotel e finalmente arriviamo in una stanza gia occupata da almeno 4 persone, di cui due stanno trombando. Ci sistemiamo alla bell’e meglio in un letto tutte e tre più l’amante focoso, ma io e Silvia ci addormentiamo di botto, perdendoci il bello dell’incontro.
Almeno passiamo la notte al caldo, e gratis.
E’ sabato mattina.
Ripartiremo domenica sera.
1700 Km in due giorni.
Ecco il motivo per cui mi trovo qui. Avevo bisogno di un week-end di relax.

martedì 13 ottobre 2009

un funerale



La pazza se ne andava in giro per il villaggio mostrando la sua feroce dentatura. Se ti avvicinavi troppo ti sibilava qualcosa e sputava, per farti paura. Ma poi tornava indietro, ti spiava e ti sorrideva. Un sorriso spaventoso, bellissimo.

Il funerale era al quarto giorno, i dodici bufali erano stati sgozzati il giorno prima, quello era il giorno della condivisione. Brandelli di carne insanguinata giacevano ai lati di ogni capanna, le mosche ronzavano aggressive, l’odore dolciastro e ferroso del sangue impregnava l’aria. Il riso si mescolava con del liquore a buon mercato e veniva offerto dai parenti del defunto a tutti quelli che assistevano al rito.

Il riso l’ho accettato, il brandello di bufalo non ce l’ho fatta. L’ho regalato alla pazza, che adesso non sibilava più e mi voleva davvero tanto bene.